| Articoli Scientifici - Neurologia |
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La malattia di Parkinson è una affezione neurodegenerativa molto comune, la seconda come frequenza tra le malattie neurologiche dopo la malattia di Alzheimer, la sua prevalenza è all’incirca di 1:200. Le terapie attuali sono in grado di determinare un controllo molto valido dei sintomi della malattia per i primi anni, in particolare la rigidità, la bradicinesia ed il tremore migliorano, per cui il malato può condurre una normale vita familiare,lavorativa e sociale. Purtroppo dopo 5 anni il 50%, e dopo 10 anni l’80-90% dei pazienti sviluppa alterazioni motorie nuove quali le fluttuazioni motorie e le ipercinesie. Questa nuova fenomenologia è evidentemente legata alla progressione della malattia ed al trattamento farmacologico in atto, ma non è modificabile dagli strumenti farmacologici a nostra disposizione. Di qui la necessità di nuove strategie terapeutiche quali la neuroprotezione. Con questo termine si vuole indicare una particolare azione farmacologica capace di rallentare o arrestare la progressione del processo morboso. Le sostanze che possono ottenere un effetto neuroprotettivo sono quelle che per il loro meccanismo d’azione hanno il potere di interagire con i meccanismi patogenetici della malattia. Sostanze quindi che agiscono sullo stress ossidativo riducendolo, che facilitano l’attività energetica del mitocondrio, che riducono l’eccitotossicità, che bloccano l’infiammazione, che facilitano l’azione del sistema ubiquitina- proteasoma, che facilitano la formazione di fattori trofici , che impediscono l’apoptosi. Fonte: LIMPE |
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