| Articoli Scientifici - Gastroenterologia |
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L’idea di collaborazione interdisciplinare in endoscopia è vecchia quanto l’endoscopia flessibile stessa, tanto da essere considerata fondamentale [1]. Nel 1969, 38 anni or sono, sul primo numero della rivista Endoscopy, Ludwig Demling e Rudolf Ottenjann scrivevano “I problemi che gli specialisti devono affrontare con questa metodica interdisciplinare e che richiedono una soluzione sono, da disciplina a disciplina, soltanto pochi e solo apparentemente diversi. La rapida informazione reciproca favorisce il progresso e viene sollecitata dall’uscita della rivista Endoscopy” [2]. Certamente, il progresso dell’endoscopia non è desumibile solo dal formato delle sue riviste. Tuttavia, se il primo volume di Endoscopy nel suo anno di fondazione comprendeva soltanto 196 pagine nel formato C5, il volume 38 è arrivato nell’anno 2006 a 1290 pagine, in formato A4. L’impact factor attuale è 4,034. Lo sviluppo attuale dell’endoscopia non esisterebbe se i chirurghi, per più di un secolo e mezzo, non avessero cercato di raggiungere, caparbiamente, le lesioni che si sviluppano all’interno delle cavità, utilizzando gli orifizi naturali e le vie esistenti. Momento fondamentale può essere considerato la presentazione del primo endoscopio flessibile nella seconda metà degli anni ’50 da parte di Basil Hirschowitz, perché ha provocato una rivoluzione nella comunità endoscopica del mondo intero. Gli strumenti rigidi per l’esame dell’esofago e del retto, ed il gastroscopio semiflessibile di Schindler sono divenuti rapidamente obsoleti. Il laparoscopio è l’unico strumento rigido che è non è stato abbandonato. Negli anni ’60 il design, la struttura, e la versatilità degli strumenti hanno conosciuto un’evoluzione rapidissima. La possibilità di controllare l’estremità distale in due direzioni e, successivamente, in 4, la visione frontale, l’illuminazione con luce fredda, il flash per la documentazione, i canali per la biopsia, l’insufflazione e l’aspirazione sono stati inseriti negli strumenti che sono diventati sempre più lunghi e sottili. Negli anni ’70 l’endoscopia si è affermata come metodica diagnostica dell’apparato digerente superiore ed inferiore, aiutata da una raffinata visione e dalla possibilità di ottenere campioni per l’esame istologico, tanto che gli esami radiologici degli stessi tratti sono stati rapidamente sostituiti. Questo, però, solo per un periodo di tempo limitato. Gli ultrasuoni, la TAC e la risonanza magnetica hanno portato la radiologia a riguadagnare gran parte del terreno perduto. E, l’azione combinata dell’endoscopia, degli ultrasuoni e della radiologia ha portato ad un inaspettato miglioramento diagnostico in molte discipline mediche. Negli anni ’80, l’endoscopio è divenuto uno strumento chirurgico, tanto che nuovi interventi sono arrivati a sostituire quelli della chirurgia aperta. Nell’esofago, gli endoscopisti si sono cimentati con le fistole, le stenosi benigne e maligne, le varici sanguinanti per mezzo della scleroterapia o la legatura, con significativa riduzione degli shunts portocavali. La chirurgia dell’ulcera peptica sanguinante è stata sostituita dall’emostasi endoscopica. Nel colon la coloscopia dominava la scena. La polipectomia è divenuta routine endoscopica e alla chirurgia aperta sono rimasti i polipi di grandi dimensioni, quelli a larga base e le lesioni maligne in fase avanzata. Con l’esperienza raggiunta e il basso tasso di complicanze, la polipectomia è divenuta procedura ambulatoriale. Il sistema biliopancreatico è divenuto terreno incontrastato dell’endoscopia. La definizione endoscopica dei calcoli biliari, delle stenosi, delle lesioni maligne e della pancreatite cronica ha rappresentato la punta di diamante del decennio. La manometria e la sfinterotomia sono arrivate a ruota, con il successivo posizionamento di cateteri, baskets, palloncini, dilatatori e protesi. Anche in questo campo l’endoscopista è entrato in competizione con il radiologo che, con l’accesso percutaneo transepatico, mirava allo stesso bersaglio. Gli anni ’90 hanno visto l’esplosione della chirurgia laparoscopica, da una parte, e l’eradicazione dell’ulcera peptica per mezzo della terapia antibiotica, dall’altra. Con l’esplosione della risonanza magnetica e della coloscopia virtuale, la fase diagnostica dell’endoscopia intraluminale ha imboccato la via del tramonto. Nell’attuale decennio, l’endoscopia intraluminale è divenuta veramente aggressiva. La mucosectomia e la dissezione sottomucosa delle lesioni maligne iniziali e le lesioni a basso rischio di metastasi linfonodali sono eseguite di routine e con successo dai colleghi giapponesi. E nel mondo occidentale, fa capolino, all’orizzonte, la chirurgia transgastrica extraluminale e quella transvaginale. Fonte: Prof. G. Di Felice - Società Italiana di Chirurgia Endoscopica |
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