Il gioco e la convivenza civile

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La convivenza civile è una dimensione trasversale e si basa essenzialmente sulla consapevolezza che, alla base di ogni attività, vi sono regole condivise. Nel gioco motorio (come accennato nell’articolo precedente su Il Gioco Motorio dei bambini)  il bambino viene guidato al rispetto delle regole e degli altri bambini, al rispetto dell’ambiente e all’utilizzo corretto delle attrezzature, a comportamenti idonei al raggiungimento delle finalità che ci si è proposti, all’ascolto delle indicazioni dell’insegnante.
In ogni gioco è essenziale: 

  • Conoscere le regole del gioco che si sta praticando, condividerle e rispettarle 
  • Non invadere lo spazio altrui 
  • Rispettare il proprio turno 
  • Indossare un abbigliamento appropriato 
  • Non masticare la gomma o altro 
  • Non parlare tutti insieme 
  • Nei giochi di squadra, saper equilibrare la propria partecipazione

L’attività motoria nella scuola primaria è strettamente collegata agli altri ambiti disicplinari. Le diverse discipline vengono infatti aggregate in ambiti disciplinari dal Collegio dei docenti e, quasi ad evidenziarne la pari dignità, non è consentito raggruppare le tre educazioni (motoria, musicale, all’immagine) in un unico ambito. Diffusa è la tendenza che porta ad associare l’educazione motoria a storia-geografia-studi sociali sottolineando gli aspetti di organizzazione spazio-temporale comuni a queste discipline, mentre l’educazione all’immagine e l’educazione al suono e alla musica vengono inserite nell’ambito linguistico, in nome di un prevalente carattere di espressività proprio di tale aggregazione. Di fatto poi, sull’organizzazione, finiscono per influire anche esigenze diverse con soluzioni anche diversificate.

Playground
Aree gioco per bambini

STRUMENTI DIDATTICI per il gioco motorio

L’anima di tutte le proposte che possono essere presentate agli alunni è sempre quella del gioco, dove l’insegnante è educatore, istruttore ed animatore allo stesso tempo: il gioco è strumento educativo e strategia didattica, il gioco è forma privilegiata di comunicazione, conoscenza e relazione con gli allievi. Occorre quindi conoscere e sperimentare tutte le forme praticabili di gioco a contenuto motorio: dai giochi liberi a quelli con regole, dai giochi di esercizio a quelli programmati, dai giochi imitativi a quelli popolari e tradizionali. L’impiego costante di piccoli attrezzi e oggetti semplici, che i bambini possono facilmente manipolare ed usare in varie situazioni e nei modi più diversi, garantisce comunque consistenza e significatività all’attività motoria. Il metodo di insegnamento è generalmente di tipo globale, basato su proposte accessibili a tutti gli alunni. L’insegnante partecipa alle attività entrando e uscendo dal proprio ruolo istituzionale per interagire con i bambini da differenti punti di vista L’ambiente più idoneo per lo svolgimento di attività di gioco motorio, è costituito da un ampio spazio al chiuso o all’aperto con la possibilità di utilizzo di una serie di piccoli attrezzi codificati e non. Valutazione La valutazione può essere definita come un processo sistematico di controllo del raggiungimento o meno degli obiettivi prefissati ed ottenuti dal bambino:

  • non è il risultato di una osservazione casuale o incontrollata
  • implica che ci sia stata una scelta di obiettivi, senza la quale non è possibile giudicare con chiarezza la natura e l’estensione dell’apprendimento.

In genere la valutazione motoria per i più piccoli si limita ad individuare se il bambino è in grado o meno di eseguire una determinata azione motoria; risulta quindi più complessa e articolata la preparazione delle verifiche che devono essere adeguate alle attività svolte e alle reali possibilità fisiche degli alunni. L’agonismo va rispettato circoscritto all’ambito del rispetto delle regole; la competizione tra gruppi di bambini può rappresentare un momento di libero sfogo e di sano confronto, ma costituisce anche una condizione importante per l’analisi e la comprensione, da parte dell’insegnante, di comportamenti individuali dei bambini in condizioni diverse.

A scuola, il gioco motorio può essere praticato nel contesto dell’educazione fisica. Ma cosa intendiamo per educazione fisica e quali sviluppi ha avuto nella scuola elementare? Proponiamo una rapida sintesi attraverso tre tappe: i Programmi del 1955, i Programmi del 1985 e le recenti Indicazioni Nazionali allegate alla L.53/03 di riforma del sistema scolastico.

I Programmi didattici per la scuola primaria (DPR 14 giugno 1955, n. 503) collegano strettamente educazione ed educazione morale e civile considerandola “un mezzo che induce l’alunno a rispettare e padroneggiare il proprio corpo, a ordinare la tumultuaria esplosione delle energie, tipica della fanciullezza, e come tirocinio all’autocontrollo, all’autodisciplina e alla socievolezza”. Non si trascura il valore del gioco motorio, cui si richiama nella parte relativa ai programmi di 1° e 2° classe “In ogni giornata scolastica trovino adeguato ed opportuno posto, possibilmente all’aperto, giochi ed esercizi che, mentre giovino ai fini dell’educazione alla socievolezza, valgano a sveltire ed a correggere i movimenti e consentano al fanciullo di esprimersi gioiosamente in canti e ritmi rivolti all’armonico sviluppo delle attitudini fisiche e morali.” Per le classi 3° 4° e 5° si dice “L’educazione fisica si consideri connessa all’educazione morale e civile come mezzo che induce l’alunno a rispettare e a padroneggiare il proprio corpo, a ordinare la tumultuaria esplosione delle energie, tipica della fanciullezza, e come tirocinio all’autocontrollo, all’autodisciplina e alla socievolezza. L’insegnante avrà cura che l’alunno esegua esercizi relativi all’ordine e alla marcia, alla corsa, ai saltelli e ai salti. Negli esercizi di squadra sia dato conveniente posto alle forme ritmiche atte ad assicurare la scioltezza, l’espressività e l’armonia dei movimenti. In questa fase del suo lavoro l’insegnante potrà far tesoro, anche in connessione col canto corale, degli elementi del folklore locale. I giuochi ordinati di movimento di gruppo continuano ad avere il loro posto in questo ciclo e si precisano non solo per l’aspetto ricreativo, ma anche per la loro forma di educazione alla lealtà, alla gentilezza, all’armonia del gioco sportivo. Giochi ed esercizi fisici debbono svolgersi, per quanto e possibile, all’aperto. L’insegnante vigilerà sullo sviluppo fisico dei singoli fanciulli e consulterà il medico nei casi di sospette alterazioni anatomiche o funzionali, e terra presente che l’attività fisica comporta un impegno di energie al pari dello studio. “

L’educazione fisica diviene educazione motoria nei Programmi del 1985 (DPR 12 febbraio 1985 n.104), quando si svincola dalla funzione igienico-moralistica “La scuola elementare, pertanto, nell’ambito di una educazione finalizzata anche alla presa di coscienza del valore del corpo inteso come espressione della personalità e come condizione relazionale, comunicativa, espressiva, operativa, favorisce le attività motorie e di gioco-sport”. Il movimento è considerato al pari degli altri linguaggi, integrato nel processo di sviluppo dell’autonomia personale. Si prendono le distanze dal configurarla come un “prematuro avviamento alle discipline sportive” ma è vista piuttosto, soprattutto nel ricorso alle attività di gioco, come sviluppo di capacità trasversali: la percezione e conoscenza del corpo, lo sviluppo di comportamenti razionali attraverso la percezione delle regole, il miglioramento delle capacità espressive. Hanno molto rilievo le attività ludiche e seppure ci sono indicazioni relative al rapporto tra fare e pensare, ci si limita al riconoscimento della sensibilità corporea come premessa ai successivi saperi formali, base di molte forme di conoscenze anche disciplinari, come nel caso della geometria, della geografia ecc.

Infine, le Indicazioni Nazionali per i Piani personalizzati nella scuola primaria, allegate al decreto leg.vo 59/04 attuativo della L.53/03, abbiamo le “Scienze motorie e sportive” con obiettivi conoscitivi e abilità che vengono puntualmente declinate per la prima classe, per la seconda e terza e per la quanta e quinta, seguendo l’articolazione ciclica del segmento primario (1+2+2). Si passa da un ruolo prevalente della conoscenza e del controllo del corpo alla consapevolezza del linguaggio corporeo e alla capacità di utilizzo consapevole della propria gestualità e capacità motoria e infine a un controllo a carattere più globale della corporeità (respirazione, miglioramento delle proprie capacità). Il gioco attraversa lo sviluppo delle diverse fasi ed ha inizialmente un ruolo di avvio al gioco collettivo e al rispetto delle indicazioni e delle regole e successivamente accentua gli aspetti di cooperazione e di interazione. L’educazione motoria incrocia i temi della conoscenza dei giochi tradizionali, dell’alfabeto motorio, della salute e del benessere, dell’educazione alimentare, della prevenzione degli infortuni.

Il Gioco Motorio

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I giochi per bambini

Il gioco è la principale attività del bambino nella sua prima infanzia. Esso non ha finalità utilitaristiche ed è un fenomeno spontaneo.
Il gioco rappresenta per il bambino non solo ciò che nell’uomo è l’attività cosciente, bensì anche una gamma estesa di manifestazioni della vita infantile quali, la curiosità, la combattività, l’imitazione. Il gioco, quindi, è un fenomeno essenzialmente umano che si manifesta con attività originate da un bisogno naturale di operare, di cimentarsi, di affrontare difficoltà, di riuscire a compiere determinate imprese, di contrapporsi al proprio simile, di superare con la tenacia o con l’astuzia o con qualità motorie ostacoli o quant’altro possa costituire un obiettivo ambito o piacevole o difficile o fantasioso. Sotto il profilo motorio, il gioco rappresenta un mezzo di ginnastica spontanea, libera da schemi precisati, con un forte potenziale educativo.

Il gioco è educativo per una serie di motivi e di caratteristiche:

  1. attraverso l’esercizio ludico il bambino esprime gli impulsi e i moti del suo animo in un ambiente psicologicamente libero;
  2. esso è di grande utilità pedagogica perché dà all’alunno la possibilità di estrinsecare e di far esplodere le sue energie e quindi assolve funzione di riequilibratore delle condizioni biologiche;
  3. permette di rivelare le inclinazioni temperamentali e quindi la natura psicologica dei fanciulli, dando all’educatore la possibilità di interventi opportuni e adeguati al loro comportamento;
  4. fondamentalmente esso è costituito da attività piacevoli, ricercate e attese e quindi, se fatto bene, nel momento propizio, allenta la tensione e la noia e come tale può essere educativo;
  5. è spesso un rilevante attivatore delle grandi funzioni dell’organismo e, come tale, assume un contenuto di educazione igienica. Per tutti questi motivi il gioco rientra pienamente nel quadro delle attività impiegate al fine di concorrere all’educazione.
bambini gonfiabili
Bambini giocano su gonfiabili

Il bambino e il suo copro

Il bambino che gioca affina le sue qualità psichiche perché nelle attività ludiche egli orienta le sue azioni verso una determinata finalizzazione o verso campi dominati dalla fantasia creativa. Si genera un maggior impegno dell’intelligenza, dell’attenzione, del pensiero e della volontà, il che concorre a migliorare tali qualità della mente. Il bambino, poi, nell’esplicazione del gioco collettivo (il gioco è incompleto e carente se non è collettivo) trova nei compagni una rispondenza che nasce dalle affinità fisiche e psichiche. I giochi, oltre a migliorare la struttura fisiologica del bambino, perfezionano la psicomotricità e naturalmente, assieme al sistema nervoso motore, interessano anche il sistema muscolare e quello articolare. E’ così che i giochi, nella loro multiforme varietà, coltivano, affinano e perfezionano le qualità dominanti quali sono di volta in volta la velocità, la coordinazione, la prontezza, la destrezza, l’abilità, i riflessi, la resistenza, le dissociazioni. Si può affermare che il gioco è un grande mezzo ortogenetico e auxologico, cioè un mezzo per favorire la normale crescita dei ragazzi. Sotto il profilo pedagogico esso è scuola di creatività e di formazione ai valori. Nel gioco il bambino produce, esprime e applica qualcosa di assolutamente personale, qualcosa di continuamente nuovo, che manifesta con la sua notorietà, il suo animo, il suo sentire, il suo lavoro costruttivo, la sua personalità.

Schemi motori di base dei bambini

Il bambino esprime, soprattutto con il gioco, un’attività tipica della sua età. Il fattore più saliente dell’attività ludica è la FANTASIA. La fantasia è una sorta di rievocazione di cose e di fatti, è un dato necessario alla formazione del bambino perché essa, assieme a qualche dato sensoriale e mnemonico, gli serve a costruire un primo indefinito lembo di realtà: un bambino con un cappello di carta e con una bacchetta si sente un generale sul campo di battaglia; a cavalcioni di un qualsiasi bastone si sente dominatore di focosi destrieri, ecc… Fino ai cinque anni il gioco del bambino è all’insegna della fantasia, in quanto grazie ad esso riesce ad evadere dal mondo della sua abituale vita familiare dal quale egli sa di dipendere interamente. Il gioco ha una genesi che per sua natura è motoria. Infatti, nel primo anno di vita il bambino gioca toccandosi i piedini, stringendosi le mani, palpeggiandosi tutto il corpo; più avanti egli imparerà a strisciare, ad alzarsi, a camminare, a correre. Queste fasi sono una continua conquista che il bambino fa accompagnando con il suo sorriso, che non è altro che una manifestazione di felicità. Dal gioco motorio passa poi a quello scenico, che di solito è ancora motorio, ma in cui il bambino è capace di esprimere a modo suo tutto se stesso. Verso i cinque anni, quando la fantasia cederà il passo alla realtà, è la volta del gioco fatto in compagnia del coetaneo e allora subentrano altri fattori che sono soprattutto sociali perché il bambino deve assumere un certo contegno di fronte all’altro. Il gioco è, quindi, l’attività tipica dei bambini; non giocano o giocano poco, i bambini diversamente abili o con qualche problema. Per il bambino il gioco rappresenta un bisogno di continuo adattamento all’ambiente nel quale vive. Giocando egli acquista forza e vigore fisico, agilità motoria e soprattutto intelligenza. Nel gioco egli riproduce a modo suo e con sue interpretazioni espressive, ciò che vede fare ai grandi. Inoltre, giocando e movendosi, i bambini si liberano dalle inibizioni e diventano padroni di se stessi e capaci di autocontrollarsi. La corporeità e la motricità contribuiscono alla crescita e alla maturazione complessiva del bambino, promovendo la presa di coscienza del valore del corpo, inteso come una delle espressioni della personalità e come condizione funzionale, relazionale, cognitiva, comunicativa e pratica da sviluppare in ordine a tutti i piani di attenzione formativa. Le tappe evolutive di ogni individuo partono dalla dominanza del “corpo vissuto” per passare alla prevalenza della discriminazione percettiva e giungere alla rappresentazione mentale del proprio corpo statico e in movimento. Verso i sei anni il bambino effettua una prima forma di controllo segmentario degli schemi dinamici generali, imita contemporaneamente posizioni globali del corpo e posizioni combinate dei suoi segmenti, riconosce la destra e la sinistra da sé, discrimina e riproduce strutture ritmiche varie e articolate. I traguardi di sviluppo da perseguire consistono, da una parte, nello sviluppo delle capacità sensopercettive e degli schemi motori di base dinamici e posturali per adattarli ai parametri spazio-temporali dei diversi ambienti, dall’altra nella progressiva acquisizione della coordinazione dei movimenti e della padronanza del proprio comportamento motorio nell’interazione con l’ambiente. Interagire con l’ambiente, dal punto di vista motorio, significa applicare la capacità di progettare e di attuare la più efficace strategia motoria e di intuire-anticipare quella degli altri, comprese le dinamiche degli oggetti, nel corso delle attività motorie.

 

Il ruolo delle Società Scientifiche

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Le Società Scientifiche sono chiamate ad analizzare e comprendere i mutamenti in atto nella società e nel mondo scientifico e a sviluppare proposte e soluzioni ai problemi. Capire quello che accade e promuovere risposte adeguate rappresenta un impegno fondamentale e una sfida.
Il mondo della chirurgia è profondamente cambiato e in un futuro ormai prossimo sarà molto diverso dall’attuale. È cresciuta la componente tecnologica e con essa l’esigenza di aver chiaro il rapporto tra costi e benefici, di ben comprendere i costi di sistema del trattamento del paziente. È cambiato il rapporto con i colleghi: il chirurgo non è più l’unico protagonista delle sale operatorie e delle corsie, ma da “heroic surgeon” è diventato componente di una squadra. Si sono cominciate a misurare le performance professionali delle Unità Operative (vedi il programma nazionale valutazione esiti dell’AGENA S) ed esiste già il progetto di inserire il nome del chirurgo nella scheda SDO in modo da correlare l’esito di un intervento ad un nome. Cominciano a comparire in analogia con quello che succede in USA e Gran Bretagna (www.nhs.uk – www.healthgrades.com – www.jointcommission.org ecc.) siti web con le valutazioni delle unità operative, dell’ospedale e del singolo chirurgo.

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Il paziente che tramite internet è molto informato, ha naturalmente elevate aspettative e ha fatto diventare una priorità il tema della sicurezza. Quando un paziente, che si rivolge ad un ospedale per avere una risposta ai propri bisogni assistenziali si ritrova vittima di un danno, pone in discussione non solo la singola prestazione ma anche la garanzia che offre l’intero sistema. La pressione esercitata dall’opinione pubblica ha avuto quindi un ruolo di stimolo nello sviluppo di iniziative e proposte volte ad incrementare la sicurezza del paziente.

Il crescente bisogno di salute ha collocato tra i temi prioritari degli interventi in sanità la sicurezza del paziente: i cittadini chiedono sempre più “servizi sicuri”. Questo processo ha portato all’accreditamento delle strutture ospedaliere e sta stimolando anche l’accreditamento dei professionisti. Il chirurgo dovrà dimostrare di avere le competenze adeguate per andare a ricoprire un ruolo in un determinato ospedale. Queste competenze sempre di più andranno certificate, per es. dalle scuole di specializzazione all’inizio della carriera. Periodicamente poi le abilità tecniche e le conoscenze teoriche andranno misurate (ricertificazione) in modo che l’utente abbia sempre la garanzia che il professionista a cui si rivolge è in grado di rispondere al meglio alle sue esigenze.

In Italia siamo lontani dal modello USA dove lo sforzo congiunto di diverse società scientifiche ha dato vita ad un sistema di controllo e certificazione della capacità professionale del chirurgo che vede nell’American Board of Surgery l’esempio più conosciuto ed autorevole.
Probabilmente il riproporre anche in Italia un simile modello accrescerebbe il prestigio delle Società Scientifiche e rappresenterebbe una efficace risposta del mondo scientifico alla tensione dei rapporti tra società e sistema sanitario. Le società scientifiche potranno controbattere alle accuse di malasanità e all’assedio legale di cui sono vittime i chirurghi, con il rigore professionale, la chiarezza dei percorsi formativi, la certificazione e la ricertificazione degli alti livelli di formazione dei professionisti.

Il motto “Inspiring quality: Highest standard, Better outcomes” presente nel logo dell’American College of Surgeons, vuole fare risaltare il fatto che il collegio dei chirurghi americani ha sempre posto la sicurezza del paziente e la buona riuscita del processo di cura tra gli obiettivi primari della pratica chirurgica. In tal senso l’esperienza dell’AC S, come quella della SIC, rappresenta una chiara declinazione del ruolo che le società scientifiche dovrebbero avere in un momento storico complesso come quello attuale. Anche nelle linee di pensiero della Società Italiana di Chirurgia è sempre stato chiaro come una miglior pratica clinica e standard qualitativi elevati rappresentino la base per promuovere e sviluppare un sistema sanitario più sicuro ed efficiente. Negli ultimi anni sono aumentate le iniziative per sviluppare una cultura delle sicurezza da condividere a livello specialistico e da divulgare all’opinione pubblica.

Dal 2006 ad oggi la SIC ha pubblicato volumi interi dedicati all’argomento: “Sicurezza in chirurgia” (2006), “Chirurgia e qualita’” (2006), “Sicurezza in sala operatoria” (2008) e “Rischio clinico in chirurgia” (2010): validi strumenti di approfondimento per gli addetti ai lavori, ma anche concreta testimonianza dell’impegno e della partecipazione al dialogo in tema di prevenzione, sicurezza e qualità. Si sono costituite commissioni di lavoro interne, una delle quali interamente dedicata ad affrontare il tema verifica della qualità. Si sono intensificate anche le iniziative di sensibilizzazione ed informazione nei riguardi del paziente e della società. Sessioni congressuali sono state dedicate all’argomento sicurezza ed accreditamento del chirurgo rafforzando i rapporti con le istituzioni locali e nazionali.

Sicurezza in Sala Operatoria

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Il rapporto “To err is human”

Il rapporto redatto dall’Institute of Medicine (IOM-USA) nel 1999 intitolato “To Err is Human. Building a safer health system” (National Academy Press, Washington – DC) è una fotografia disarmante del sistema sanitario americano da tutti considerato uno dei più evoluti e meglio organizzati.
Tale rapporto, che è letteralmente deflagrato nei media di tutto il mondo, ha segnato una svolta nella concezione dell’errore, ha sensibilizzato l’opinione pubblica ed ha stimolato su scala internazionale iniziative da parte di istituzioni scientifiche e politiche finalizzate ad aumentare la sicurezza in chirurgia riducendo gli errori. Il rapporto denunciava il fenomeno della malpractice e delle morti prevedibili negli ospedali americani.

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Estendendo i dati ottenuti dalle due ricerche condotte in Colorado (1992) e nello Stato di New York (1984), e proiettandoli su 33.6 milioni di ricoveri/anno negli Stati Uniti si stimavano da 44 mila a 98 mila decessi per eventi avversi, il 53% dei quali prevenibili. Non si trattava di casi sporadici ma di qualcosa di “epidemico”, che richiedeva una valutazione ed un approccio diverso dell’errore, da intendersi come il fallimento dell’intero sistema organizzativo. Questi decessi, secondo gli autori, superavano quelli dovuti ai traumi, ai tumori della mammella e all’AIDS.

Il report prende lo spunto da una definizione di errore inteso come fallimento di un’azione cosi come era stata programmata, oppure come l’utilizzo di un piano sbagliato per raggiungere lo scopo prefissato. Gli errori più comuni, continua il report, si osservano nelle unità di terapia intensiva, nelle sale operatorie e negli ambienti di pronto soccorso.
Si fa riferimento a reazioni avverse ai farmaci, reazioni post-trasfusionali, danni iatrogeni chirurgici ed erronea scelta del sito chirurgico, ma anche cadute, ustioni ed errore di identificazione del paziente. Questa serie innumerevole di decessi e di errori, a detta degli autori, prevedibili, possiede un impatto economico di assoluta rilevanza. Considerando le spese necessarie addizionali dovute agli errori, la diminuzione dei ricavi e della produttività del sistema sanitario al termine del processo di aziendalizzazione, si sono stimate perdite comprese tra i 17 bilioni ed i 29 bilioni di dollari su scala nazionale, ma soprattutto, continuano gli autori, questo segna la perdita di fiducia nel sistema sanitario da parte dei pazienti, specialmente da coloro gravati nel fisico e nell’animo da una prolungata convalescenza a causa di errori commessi durante il trattamento. Di contro il sistema sanitario perde anche la soddisfazione dei propri professionisti frustrati per non poter offrire la migliore assistenza possibile.

Poco spazio poi viene destinato alla formazione e alla prevenzione dell’errore nel corso dei programmi di accreditamento dei professionisti, considerando una negligenza non utilizzare questi passaggi obbligati della formazione e della carriera di un medico, come momento privilegiato per renderli edotti della situazione e costruire una cultura della prevenzione e della sicurezza. A questo si accompagna una scarsa disponibilità di risorse per organizzare ed implementare sistemi di sicurezza e prevenzione, mentre, dove presenti, si assiste ad una scarsa compliance degli addetti ai lavori.
Il rapporto ribadisce che le cifre riportate relative agli errori non sono accettabili, specialmente da parte di un sistema che si propone come primo obiettivo di non nuocere ai propri pazienti. Infatti, pur affermando che la sanità americana ha in sé la cultura e le conoscenze per incrementare la sicurezza sanitaria, il report propone una serie di direttive a cui governo, sistema sanitario, industrie del settore ed operatori dovrebbero adeguarsi per ottenere la riduzione del 50% degli errori medici riportati annualmente.

Le strategie proposte dal report sono:

  1. La creazione di un’agenzia governativa con la funzione di guida nella gestione della sicurezza sanitaria, con specifiche competenze nell’elaborazione di nuovi criteri per la sicurezza, nella organizzazione di programmi di ricerca e di sviluppo, nella gestione di un osservatorio su base nazionale.
  2. Imparare dagli errori degli altri. Sviluppo di un sistema di raccolta su base nazionale di denunce volontarie degli eventi avversi a cui le diverse aziende sanitarie devono contribuire invitando i propri operatori ad intervenire spontaneamente.
  3. Incrementare le aspettative e gli standard di sicurezza intervenendo sulle organizzazioni sanitarie, sui processi di accreditamento e sulle diverse associazioni dei pazienti. Dare vita ad una cultura della sicurezza anche con lo sviluppo di nuovi regolamenti e leggi.

Ricostruire sistemi di sicurezza a livello di ciascun ente sanitario come primo avamposto per la salvaguardia della sicurezza del paziente. Devono essere prima di tutto le organizzazioni sanitarie (gli ospedali) a incentivare l’attenzione alla sicurezza del paziente e favorire lo sviluppo di sistemi e pratiche di prevenzioni degli errori. I medici devono essere i primi a favorire la creazione di una cultura della sicurezza. Ad una prima lettura il report presenta tutti i suoi punti di forza. Si mostra estremamente e trasversalmente critico nei confronti del sistema sanitario e dello stato. Sembra proporre un nuovo approccio al problema e conclude chiedendo al sistema robuste riforme legislative, strutturali e comportamentali.

Il rapporto “To err is human” e un nuovo concetto di errore

Il punto di forza di questo rapporto, vera mobilitazione intellettuale di fine millennio sul tema della sicurezza in sanità, sta nel superamento della definizione dell’errore.

In esso prende vita infatti un nuovo concetto di errore non più considerato colpa individuale, ma evento conclusivo di una catena di fattori nella quale l’individuo che ha effettivamente commesso l’errore rappresenta l’anello finale e non necessariamente il maggiore responsabile.
Il problema non è dunque quello di individuare le “mele marce”, gli errori medici isolati individuali, quanto piuttosto gli errori causati da un sistema fallimentare e da una cattiva organizzazione che facilita l’errore e ne impedisce la prevenzione.
È dunque legittima la domanda: è il sistema stesso ad essere pericoloso? Un sistema complesso come quello sanitario è stato paragonato ad altri sistemi complessi come quello dell’aeronautica civile e militare, nei quali i massicci investimenti e ricerche sulla sicurezza hanno ridotto enormemente il numero degli incidenti aerei e hanno reso il volo più sicuro che andare in bicicletta in città o attraversare a piedi una strada. Con questo non si intende affermare che l’errore è determinato solo dagli aspetti organizzativi, ma che l’organizzazione deve essere in grado di mettere i medici in condizioni di esprimere la loro professionalità, in completa sicurezza per loro e per i loro pazienti. L’errore umano è inevitabile ma l’organizzazione deve essere orientata a creare le condizioni migliori affinché possa essere prevenuto.
Da questo il possibile rimedio: la costruzione di un sistema sanitario perfettamente organizzato in ogni livello in modo da renderlo più sicuro e sempre meno vulnerabile all’errore.

Necessario al raggiungimento del fine è la cooperazione di tutti gli operatori sanitari a cui si chiede il massimo senso di responsabilità, attenzione e la disponibilità nella segnalazione degli eventuali errori, per lo sviluppo di un sistema sanitario virtuoso in cui si impara dagli errori altrui.

Continua…

Dalle abilità non tecniche all’accreditamento del chirurgo

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Sicurezza in Sala Operatoria

La crescente richiesta di salute ha collocato tra i temi prioritari degli interventi in
sanità la sicurezza del paziente. I cittadini chiedono sempre più con insistenza “servizi
sicuri” e la sollecitazione esercitata dall’opinione pubblica ha avuto un ruolo di stimolo
nello sviluppo di iniziative volte ad incrementare la sicurezza degli ospedali.
Da parte della Società Italiana di Chirurgia, chiamata ad analizzare e comprendere
i mutamenti in atto nella società e nel mondo scientifico e a sviluppare proposte e soluzioni
ai problemi, è sempre stato chiaro come una ottima pratica clinica e standard
qualitativi elevati rappresentino la base per promuovere e sviluppare un sistema sanitario
più sicuro ed efficiente.
Negli ultimi anni sono aumentate le iniziative per sviluppare una cultura della sicurezza
da condividere a livello specialistico e da divulgare all’opinione pubblica.
Dal 2006 ad oggi la Società Italiana di Chirurgia ha pubblicato numerosi volumi dedicati
all’argomento: “Sicurezza in chirurgia” (2006), “Chirurgia e qualità” (2006), “Sicurezza
in sala operatoria” (2008) e “Rischio clinico in chirurgia” (2010): validi strumenti di
approfondimento per gli addetti ai lavori, ma anche concreta testimonianza dell’impegno
e della partecipazione al dialogo in tema di prevenzione, sicurezza e qualità.
Questa volta nell’ambito della sicurezza in sala operatoria si è deciso, coinvolgendo
esperti del mondo ospedaliero, universitario, del SSN e del Ministero della Salute, di
approfondire due aspetti.
Il primo è rappresentato dalle abilità non tecniche, definite come abilità cognitive e
relazionali, da coniugare con le abilità tecniche che sono correlate allo specifico knowhow
per la specifica attività, per raggiungere efficacemente ed efficientemente l’obiettivo
individuale o di team.
Il secondo è l’accreditamento del chirurgo. Quest’ultimo dovrà dimostrare di avere
la preparazione adeguata per andare a ricoprire un ruolo in un determinato ospedale. Le sue competenze andranno certificate, per es. dalle scuole di specializzazione all’inizio della carriera. Periodicamente poi le abilità tecniche e le conoscenze teoriche andranno valutate (ricertificazione) in modo che l’utente abbia sempre la garanzia che il professionista
a cui si rivolge è in grado di rispondere al meglio alle sue esigenze.

In Italia siamo lontani dal modello USA dove lo sforzo congiunto di diverse società scientifiche ha dato vita ad un sistema di controllo e certificazione della capacità professionale del chirurgo che vede nell’American Board of Surgery l’esempio più conosciuto ed autorevole.

È una strada che inizia e che dobbiamo percorrere.

Il rigore professionale, la chiarezza dei percorsi formativi, la certificazione delle abilità tecniche, la conoscenza delle abilità non tecniche, l’accreditamento dei professionisti e la loro periodica ricertificazione, possono rappresentare la risposta in positivo dei chirurghi italiani e delle società scientifiche al mondo che cambia e che ci chiede di cambiare e contribuirà anche ad allentare la tensione nei rapporti tra società e sistema sanitario.

Da sempre l’arte medica è considerata una pratica intrinsecamente rischiosa.

Con il termine farmaco (τό φάρμακον) gli antichi greci indicavano infatti sia il “medicamento” che il “veleno”. Fin dagli albori dell’umanità esiste la percezione che la medicina persegua il bene ed offra possibilità di cure, ma possa essere potenzialmente dannosa. Una contraddizione in termini che ci offre l’occasione di una più attenta disamina. Nel riscoprire le radici del problema ed osservarne l’evoluzione sino ai giorni nostri possiamo comprendere due cose.

La prima è questa qualità intrinsecamente bivalente, il “Giano Bifronte” dell’arte medica, ovvero curare e procurare danno nello stesso tempo, un concetto che segna la medicina sin dagli inizi. La seconda è l’introduzione del concetto di “errore medico”, che nel corso dei secoli ha subito diverse interpretazioni e si dispone a mutare ancora. Dopo i filosofi greci per i quali l’errore veniva contrapposto alla verità, sarà Cartesio nel 17° secolo a fornire la ricetta filosofica per evitare di sbagliare: secondo il filosofo razionalista solo il metodo può prevenire gli errori. Basta infatti attenersi rigorosamente ai principi del metodo, in particolare quelli cartesiani, per evitare di cadere nei tranelli che l’azione e il nostro pensiero ci tendono quotidianamente. Anche oggi si tende a definire l’errore come la deviazione da un comportamento diagnostico terapeutico corretto o come una incapacità di raggiungere un obiettivo prefissato. Queste definizioni ripropongono una visione dicotomica di errore e verità e richiamano la visione cartesiana: basta seguire il metodo ed automaticamente si prevengono gli errori.

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Nel Novecento però la rassicurante prospettiva cartesiana viene meno. Ci si rende conto infatti che le idee, le teorie scientifiche e in generale le percezioni non sono una copia perfettamente coincidente con la realtà, ma contengono deviazioni e imprecisioni rispetto ai dati empirici. Da qui la svolta impressa da Karl Popper alla filosofia della scienza nella prima metà del Novecento: non può esistere un modello teorico pienamente adeguato alla realtà mentre solo attraverso la critica delle teorie scientifiche e la ricerca degli errori è possibile conseguire una conoscenza vera ma pur sempre approssimata alla realtà.
La medicina affronta problemi complessi, nei quali l’incertezza è l’elemento costitutivo; la stessa ricerca scientifica può solo ridurre l’area dell’incertezza, mai annullarla e ogni decisione medica può essere assunta soltanto sulla base di criteri probabilistici. Negli ultimi tempi infine si è fatta strada, nella concezione dell’errore, il passaggio da un approccio personalistico teso alla ricerca del responsabile ad un approccio di sistema che si propone di chiarire perché e come i meccanismi di difesa e di rilevazione dell’errore hanno fallito. L’errore è l’evento conclusivo di una catena di fattori nella quale la persona che lo ha effettivamente commesso rappresenta l’anello finale e non necessariamente il maggiore responsabile. Il problema non è dunque quello di individuare gli errori individuali, quanto piuttosto quelli causati da un sistema fallimentare e da una cattiva organizzazione che facilita l’errore e ne impedisce la prevenzione.

Il medico e l’errore

Perseguire le cure della malattia senza mettere a rischio la sicurezza del malato. Fin dai tempi antichi i popoli hanno cercato di raggiungere questo risultato. Nel famoso codice di Hammurabi, elaborato nell’antica Babilonia intorno al 2000 a.C., si evince la preoccupazione del re di fronte ad una serie di errori medici e la volontà di mettere in atto iniziative volte a premiare i medici virtuosi e punire quelli che avevano arrecato danni. Si legge infatti in un passo:

“se un medico cura un uomo libero e lo guarisce, sarà premiato con dieci sicli d’argento, se guarisce uno schiavo sarà pagato con due sicli d’argento. Se un medico cura un uomo libero e causa la sua morte gli saranno mozzate le dita. Se un medico cura uno schiavo e causa la sua morte, comprerà un altro schiavo al padrone…”.

Oppure si legge ancora “…se un medico distrugge un occhio di un aristocratico, sarà tolto il suo occhio…”. Gli stessi medici dell’antichità, acquistando consapevolezza della loro posizione nei confronti della società, hanno posto l’errore ed il potenziale danno al paziente al centro delle loro riflessioni.
Ippocrate (460 a.C. – 377 a.C.) propone di esercitare la professione e “…non arrecare danni ne’ applicare trattamenti scorretti ad alcuno…”.

Continua…